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Venere e Vanità

Presentazione del progetto 

Il percorso è stato studiato nell'intento di attirare l'attenzione degli allievi di un istituto tecnico, che non contempla l'insegnamento della storia dell'arte, su una tematica che costituisse spunto di riflessione su testi studiati in letteratura.

L'impatto emotivo delle immagini, più immediate da decodificare di un testo scritto, ha stimolato la lettura di brani letterari con tematiche mitologiche e allegoriche, in un intersecarsi di motivi artistici, filosofici, storici e scientifici. MITO - Prassitele, tramanda Plinio, aveva scolpito due statue di Venere, una nuda ed una vestita; e fu alla statua nuda che vene attribuito il nome di "Venere celeste" (Luciano, De imaginibus, XXIII).

Il contrasto tra le due raffigurazioni divenne così associato a quello, espresso da Pausania nel Simposio di Platone, commentato da Ficino nel De Amore, tra la Venere celeste e quella terrena, l'una emersa dalle schiuma delle acque dopo l'immersione dei genitali di Urano, dio del Cielo, l'altra figlia di Giove e Giunone; entrambe le divinità generarono un Cupido rispecchiante la loro duplice natura, sacra e profana.

Le due Veneri regnano nelle due sfere di un mondo "neoplatonico" dove l'amore è -come si legge in Marsilio Ficino- "Lo amore è in tutte le cose, e per tutte si dilata;..di tutte le cose naturali l'amore è fattore conservatore;..di tutte le arti egli è maestro e signore..". Se l'amore è l'anima del reale, commenta Garin, veste dell'universo è la luce; Venere allora incarna un universo dove "la realtà si sente come amore con l'amore, si intende come forma attraverso il vedere: è il punto di convergenza di vedere e d'amare, generatrice di frutti vitali".

Nella pittura veneziana degli inizi del XVI secolo, il primo esempio di Venere celeste raffigurata distesa è quello della Venere dormiente di Giorgione, ora a Dresda; l'artista rielabora antiche formule figurative: la Venere pudica, l'Afrodite inventata da Prassitele, che ispira nel 1484 ca. la celebre Nascita di Venere di Botticelli, e quella, abbandonata nell'atto di dormire, riprodotta in un topazio romano del museo di Berlino, un sonno inteso come riposo delle forze della dea dell'amore, che Cupido è pronto a risvegliare.

La descrizione di Venere addormentata apparteneva alle formule ricorrenti nelle poesie nuziali dell'antichità latina, gli Epithalamia, di Stazio, Claudiano, Siconio Apollinare ed Ennodio. Dopo la Venere e Amore di Lotto del 1513, la ripresa più celebre a Venezia del dipinto di Giorgione è la tizianesca Venere di Urbino, seguita da altre immagini dello stesso Tiziano, a cui si ispira a sua volta il dipinto di Paris Bordone della Ca'd'Oro.

A Tiziano era ben nota la dottrina neoplatonica dell'amore e della bellezza, diffusa da testi letterari spesso pubblicati a Venezia: il Libro di natura d'Amore di Mario Equicola, i Dialoghi amorosi e i Ragionamenti di Pietro Aretino, i Dialoghi d'Amore di Leone Ebreo, le Terze Rime di Veronica Franco, l'Hypnerotomachia Polyphili; inoltre era amico di Pietro Bembo, portavoce del neoplatonismo nel Cortegiano di Baldassarre Castiglione, e autore degli Asolani. Uno dei maggiori elogi del-l'arte di Tiziano si trova proprio nel Dialogo d'amore di Sperone Speroni: "così pare che nei suoi colori Dio abbia riposto il paradiso d'i nostri corpi".

Nelle Allegorie belliniane la Vanità tiene in mano lo specchio, attributo anche della Prudenza e della Verità, simbolo della bellezza destinata a finire; essa indica il volto maschile deturpato riflesso sullo specchio, forse quello dello spettatore; non mostra quindi sé stessa, ma noi stessi: "conosci te stesso", un invito a non lasciarsi ingannare dalla caducità delle cose terrene a cui conduce la vanitas, ma a ricercare la verità nella conoscenza di sé. Nel gioco di Bellezza, Vanità, Verità si nasconde anche una metafora del tempo.

Annalisa Perissa
Il responsabile dei Servizi Educativi del Museo e del Territorio  

Venere e Vanità